Trattativa Stato mafia, il pm: «Dell'Utri interprete degli interessi di cosa nostra»

«Risulta provato che gli incontri tra esponenti mafiosi e Marcello Dell’Utri siano stati plurimi e ripetuti nel tempo, da collocare sia prima delle elezioni del '94 che dopo le politiche». Inizia con queste parole del pm Francesco Del Bene la nuova udienza del processo sulla trattativa tra Stato e mafia dedicata alla requisitoria dei pm che oggi faranno le richieste di pena. «Nel corso di questi incontri - dice il magistrato, in aula con i colleghi Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo - sia Graviano che Mangano hanno sollecitato Dell’Utri a intervenire a favore di Cosa nostra. In quel momento storico e politico è il linguaggio della violenza quello prediletto dai mafiosi che sulla cultura della violenza hanno costruito un sistema di potere, la loro carriera personale. E’ solo con l’uso di questo linguaggio che i capi di Cosa nostra e, in particolare uomini sanguinari come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, pensano di potere realizzare i loro obiettivi con l'uso della violenza. E Dell’Utri non si è sottratto e si è fatto interprete degli interessi di Cosa nostra». Marcello Dell’Utri «ha esplicato a Silvio Berlusconi la natura mafiosa della intimidazione di Cosa nostra», con «la necessità di dare attuazione alle garanzie date» ai boss mafiosi. «E l'interlocutore (Berlusconi ndr) dopo avere percepito la concretezza del pericolo paventato si è piegato e ha accettato, secondo racconto il collaboratore Gaspare Spatuzza». «Il linguaggio della violenza – ha aggiunto il pm Francesco Del Bene - ha sortito quanto sperato». Secondo l’accusa i boss di Cosa nostra «hanno ottenuto le risposte attese: ma quali sono? Si tratta di alcuni provvedimenti legislativi, come riferito dal collaboratore Salvatore Cucuzza».

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