Red Lily, la catanese maestra di bondage

Lega uomini e donne per sentire il loro abbandono. Li accarezza, li respira, li abbraccia, quasi li culla mentre sono nelle sue mani. Immobilizzati da corde e nodi, sospesi in aria in un rituale erotico e sensualissimo. «Essere legati è una lotta. Inutile combattere, ci si deve lasciare andare, si rilassano corpo e mente, si accetta di mettersi nelle mani di un’altra persona. E’ il ruolo che mi è più congeniale: prendermi cura». Beatrice Gigliuto, «voyeur di emozioni», catanese, 34 anni, laureata in Lingue orientali, traduttrice di libri e fumetti giapponesi, autrice del volume “Bondage, la via italiana dell’arte di legare”, tra le performer di bondage più note in Europa con il nome d’arte di Red Lily, Giglio rosso, è l’unica donna in Italia maestra di Shibari un’antica tecnica giapponese che consente di legare e appendere corpi a ganci e sbarre creando immagini conturbanti e di forte suggestione. Ha cominciato quasi per caso, dopo aver assistito all’esibizione di un maestro a un evento sui fumetti. «Che fico, ho pensato, ma non lo farei mai - racconta ora con voce argentina - Invece questa persona mi ha aperto un mondo e mi sono innamorata delle corde e di tutto quello che c’era dentro». “Dentro” c’è la passione per il Giappone, dove ha vissuto, ma ci sono pure il gioco di ruoli, lo scambio di pelle, paure e voglia di dominarle. Inizia facendosi legare, «ma con poco interesse», e presto comincia lei ad annodare i corpi secondo lo Shibari, nato per i samurai prigionieri. «Le legature venivano usate in quel tempo perché non c’erano abbastanza metalli - spiega - ma il Giappone ha un’attenzione all’estetica molto alta per ogni cosa». Tanto che costruire una ragnatela di corde e nodi su un corpo, toccare, manipolare, lasciare dondolare pezzi di corpi nudi, diventa un’arte erotica. Quasi una tortura? «Il bondage è un mondo variegato in cui qualcuno cede un potere e qualcun altro lo prende. In Giappone le fantasie sessuali sono spesso costruite su violenza e costrizione, basta aprire un manga, ma il mio è uno spettacolo, si avvicina all’arte, non c’è dolore o umiliazione. Altri performer fanno scelte più crude. Qualcuno mi ha anche chiesto di essere più cattiva, più fredda, ma non mi interessa: umiliare una persona che si fa legare da me è inimmaginabile: mi sta facendo un regalo gigantesco». Lei ne prende «le paure, le emozioni, l’agitazione, l’eccitazione. È uno scambio energetico con l’altra persona». Racconta che ogni volta deve spiegare che non cerca trasgressione «ma normalizzazione», che la sua non è una battaglia di costume, «ma una ricerca emotiva ed estetica». Vicina alle atmosfere delle pagine di Kawabata, alle raffinate immagini di Utamaro, al feticismo quasi ossessivo della cultura giapponese, «tra i sentimenti di Murakami Haruki e la la decadenza di Murakami Ryu», sottolinea Beatrice, solare dall’anima dark. La carica erotica, la nudità, il sadomasochismo implicito, il brivido per chi guarda, restano ugualmente. «E’ uno show - ripete ancora - ci sono sensualità, seduzione, eros ma non sessualità. Non mi spoglio, né le modelle che lego sono nude integralmente. E’ un po’ come quando si parla del burlesque, che è molto di più di uno spogliarello, anche se all’inizio non veniva compreso». Ha iniziato a 26 anni e tutt’ora in Italia è «l’unica a legare e a insegnare». Senza correre rischi, seguendo «regole di sicurezza fondamentali, come avere sempre le forbici». La chiamano in tutta Europa, a Londra, Parigi, Berlino. «All’estero lo shibari è vissuto in modo diverso, più usuale, mainstream». Per scelta non si esibisce nei privè o nei locali di scambisti. «Avrei dovuto scendere a qualche compromesso artistico e non mi andava. Lì quello che faccio non viene capito, tutto viene riportato al sesso. Preferisco fare un lavoro normale». Così di giorno lavora in un’azienda informatica, e un po’ come il suo Giappone vive nella luce blu di bit e computer, di notte diventa una maestra del bondage. Si esibisce nei locali, nei teatri, in discoteca, pure al Salone Margherita. «A Roma organizzo una serata in una polpetteria ipercasual. C’è curiosità, certo, ma nulla che possa fare sentire lo spettatore uno zozzone». I pregiudizi sono tanti, tanti gli amici perduti per strada. Tiene anche corsi per un pubblico «trasversale»: «Coppie stabili, giovani, chi cerca novità e chi vuole ritrovare l’intimità. In Sicilia? Ne ho fatti due, ma molti hanno paura di incontrare qualcuno che conoscono. Sono stata con uno spettacolo a Messina e presto ne farò uno a Catania». Pelle bianca, viso da bambola, forme morbide, due gigli rossi tatuati sulla parte posteriore delle gambe, alla fine di due linee come quelle delle calze, Red Lily lega solo con corde rosse, «il mio segno distintivo», indossa kimono, costumi di scena. «Mi diverto a travestirmi a esibirmi con le musiche dal vivo. Cerco di creare un rito d’arte se no mi annoio - ride - Io mi occupo solo del pubblico che non viene dal mondo del sadomasochismo, mi interessa mostrare che la legatura può essere uno show o, perché no, fare parte della vita di coppia».

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